ALEXANDER CALDER IN ARGAN’S WORDS

Maker and player: that is the perspective established by the critic Giulio Carlo Argan (1909-1992) to describe American sculptor Alexander Calder (1898-1976) creating his mobiles. In him, in fact, the constructivist-like “faber” (creator, blacksmith) combines with the surrealist–like “ludens” (player).

“The devices that builds, large or small, are generally mobiles: the result of motion is a perfect, complicated, but manifest system of lever arms, rocker arms, suspension, counterweights. A slight shock, even a current of air, is enough to cause a rhythmic motion that gradually extends to the farther elements and then slows down until it stops: an unstable equilibrium that once upset, it readjusts. (…) And, of course, the movement is always different, but the rhythm described in the space by animated elements is always the same: the “ideal” figure of the work is given therefore in a “period”, in a succession of different figures. But keep in mind that the movement of the device has nothing mechanical: it is a “natural” recovery of a momentarily altered balance: the only force that comes into play is the inertial one. The mechanical gearing moves naturally, like the branches and leaves of a tree with the wind. Almost spontaneously, the mobiles find an arboreal morphology: wires as stems, shapes as leaves. Finally: the human techniques, simple or complex they would be, disturb just for a moment, superficially, the laws of nature. The experience becomes object by the colliding movements, and even the noise comes into the game. The sound of the elements, as well as the forms, while moving gives sense and measure of the space. As there is a visual space, so there will be an acoustic one; and the art-masterpiece, that’s alive and moves in that double dimension, should be seen and listened”.

ALEXANDER CALDER SECONDO ARGAN

Artefice e giocatore: in queste coordinate il critico Giulio Carlo Argan (1909-1992) inscrive lo scultore americano Alexander Calder (1898-1976) alle prese con la creazione dei suoi mobiles.

In lui, infatti, si combinano il “faber” (creatore, fabbro) dei costruttivisti e il “ludens” (colui che gioca) dei surrealisti.

“I congegni che costruisce, grandi o piccoli che siano, sono generalmente mobili: il moto risulta da un perfetto, complicato, ma scoperto sistema di bracci di leva, di bilancieri, di sospensioni, di contrappesi. Un lievissimo urto, anche soltanto una corrente d’aria, bastano a suscitare un moto ritmico che a poco a poco si estende fino agli elementi più lontani e poi rallenta finché si ferma: un equilibrio instabile che, turbato, si riassesta. (…) E, naturalmente, il movimento è sempre diverso, ma il ritmo che gli elementi animati descrivono nello spazio è sempre lo stesso: la figura “ideale” dell’opera si dà dunque in un “periodo”, in una successione di figure diverse. Ma si tenga presente che il moto del congegno non ha nulla di meccanico: è il recupero “naturale” di un equilibrio momentaneamente alterato: la sola forza che entra in gioco è la forza d’inerzia. Il congegno meccanico si muove naturalmente, come i rami e le foglie di un albero col vento. Quasi spontaneamente i mobiles ritrovano una morfologia arborea: fili come gambi, sagome come foglie. Infine: le tecniche umane, semplici o complesse che siano, turbano appena per un momento, superficialmente, le leggi della natura. Entra nel gioco, nell’esperienza che si fa dell’oggetto, anche il rumore degli elementi che, muovendosi, si urtano: anche i suoni, come le forme, danno il senso e la misura dello spazio. Come c’è uno spazio visivo c’è uno spazio acustico; e l’opera d’arte, che vive e si muove in quel duplice spazio, va veduta e ascoltata”.

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