GIUSEPPE PENONE, LA LINFA DELL’ARTE: SCULTURE DI LINFA

Penone, Sap sculptures, photo by Patrizia Tocci
Penone, Sap sculptures, photo by Patrizia Tocci

La suggestione è ciò che permette all’opera di essere autonoma dal suo autore, provoca l’immaginazione e permette a chi la guarda di appropriarsene. (Giuseppe Penone)

Un’esperienza multisensoriale, una scultura come organismo complesso, in bilico tra organico e inorganico: ecco la natura di molte opere di Giuseppe Penone.

Sculture di linfa, creata nel 2007, è stata  presentata alla 52 Biennale di Venezia entrando successivamente nella collezione permanente del MAXXI di Roma.

Nell’installazione le pareti della sala sono costituite da pelli di cuoio che, opportunamente trattate, evocano la corteccia degli alberi; il pavimento, in marmo bianco venato, presenta una lavorazione a bassorilievo, “un’impronta a forma di cervello” la definisce Penone. Al centro della stanza, posta in diagonale, una trave in legno, scavata, percorsa da un rivolo di resina rossa.

Penone stesso ne spiega la genesi:

“La scorza è sicuramente la parte più affascinante del tronco, ma ha un legame anche con i miei lavori dei primi anni settanta sul contatto con i materiali e le superfici. La scultura è un qualcosa che avviene soprattutto attraverso il toccare e l’agire, e quindi è molto importante il tatto, il rapporto con la materia. C’è sempre uno spazio tra la mano che tocca e la cosa toccata. può essere anche solo l’unto dell’impronta digitale, però esiste, è uno spazio minimo che divide il nostro corpo dalla cosa toccata. Bagnare una pelle di mucca, un pezzo di cuoio, e farla aderire a una superficie è mettere in evidenza uno spazio come quello che c’è tra la mano che tocca e la cosa toccata. ho usato il cuoio, una pelle, conciata con un estratto vegetale, il metodo più antico perché si può modellare con l’acqua e una volta essiccata mantiene inalterata la forma voluta. Le pelli sono state adagiate sulla scorza di un tronco e, attraverso un’azione di battitura, si è ricreato il disegno della scorza sulla pelle animale. Le pelli che nell’installazione ricoprono le pareti della stanza avvolgono lo spazio vuoto come avvolgevano il tronco. E’ come essere all’interno del tronco. Il vuoto è sottolineato anche dall’opera scultura di linfa. Gli odori sono parte integrante di questa installazione. C’è l’odore forte della pelle e l’odore della resina che si confondono. Entrano in gioco diversi elementi, che dovrebbero dare una lettura e una sensazione particolare dello spazio e del processo del lavoro. Una ritualità della scultura e del fare scultura, priva di altri valori e simbologie”.

Ancora una volta, Penone lavora su un tema a lui caro: l’impronta.

In una intervista rilasciata nel 2007, lo scultore dice a riguardo:

“L’impronta è un’immagine automatica che lasciamo ogni giorno su migliaia di cose, ogni cosa che tocchiamo produce un’impronta. Un’immagine animale, un’immagine che non ha cultura, che non produce cultura, produce la testimonianza di un vissuto, ma non è assolutamente un prodotto culturale”.

Queste parole non devonono sorprendere: Penone ha sempre difeso l’idea che “l’immagine non sta per”, ma, al contrario, “è”, esattamente come nelle opere paleolitiche da lui tanto ammirate.

L’impronta è un elemento particolare: traccia manifesta e misteriosa al tempo stesso. Vicina, perchè familiare, e lontana perchè manifestazione di un’assenza.

Ritroviamo le parole del critico Didi Huberman che vede nell’impronta un “anacronismo”, qualcosa che lega dialetticamente passato e presente, un elemento senza tempo perchè capace di far incontrare passato e presente.

Si rivela così l’intreccio tra memoria e presente, tra presenza e assenza, tra somiglianza e rappresentazione così basilari in tutta l’opera di Giuseppe Penone.

G

iuseppe Penone Sculture di linfa 2007 marmo di Carrara, cuoio, legno, resina dimensioni ambiente Collezione permanente MAXXI Arte

Su Sculture di linfa  http://www.art-o.net/per-una-drammaturgia-della-forma-su-giuseppe-penone/

Su http://doppiozero.com/rubriche/82/201304/giuseppe-penone-la-mano-che-resiste

Sull’impronta https://www.youtube.com/watch?v=8icoBV5gIbA

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GIUSEPPE PENONE, THE POWER OF SUGGESTION: SAP SCULPTURES

Penone, Sap sculptures, photo by Patrizia Tocci
Penone, Sap sculptures, photo by Patrizia Tocci
Giuseppe Penone
Giuseppe Penone

Giuseppe Penone (Sap sculptures) Sculture di linfa, 2007 Carrara marble, leather, wood, resin. Room-size. Permanent collection MAXXI Arte

“Power of suggestion is what enables a work to become independent of its creator. It works on the imagination and allows the viewer to appropriate it”. (Giuseppe Penone)

In Sculture di linfa (Sap Sculpture, 2007) by Italian sculptor Giuseppe Penone the leather walls, by a tanning process, evoke the bark of a tree. The veined white marble covers the whole surface of the room, in the centre there is a sort of bas-relief, “there is an imprint in the form of the brain”. On the floor a horizontal tree cut lengthwise to create two halves the hollowed out, with red resin poured into it.

Penone describes his work:

“The bark is definitely the most fascinating part of the trunk, but this sculpture is also related to my works back in the early Seventies on contacts with materials and surfaces. Sculpture is created above all trough touch and gesture. Touch is very important, the rapport with matter. There is always a space between the hand that touches and the touched thing. It is may be just the oil on the fingertips, but it still exists, a tiny space separating our bodies from the thing we touch. Wetting a piece of cowhide, a piece of leather, and

making it cling to a surface brings out a space as what there is between the hand that touches and the touched thing. I used animal hides tanned with a vegetable extract, the most ancient method, because you can model it by wetting it with water, and then, once it dries it keeps the form unchanged. The hides were wrapped around the bark of a tree trunk and then beaten to recreate the pattern of the bark on the animal skin. The skins covering the walls of the room in the installation envelop the empty space just as they were formerly wrapped around the trunk. It is like being inside the tree trunk. Scultura di linfa (Sap Sculpture) is another work that stresses the void. Odours are an integral art of this installation. There is strong smell of leather which mingles with the smell of the resin. Different elements interact. They are ment to offer a special interpretation and create a special sensation of the space and the process of the work. It is a ritual of sculpture and the way sculpture is made, devoid of other values or symbolism”.

Once again, Penone works on a subject dear to him: the imprint.

In a 2007 interview, the sculptor stated: “The imprint is an automatic image that we etch every day on thousands things, everything we touch receives our imprint. It is a image belonging to Animals, an image that has no culture, neither produces culture, it testifies of a life lived, but it is not a cultural product.”

These words do not surprise: Penone has always supported the idea that “the image does not stand for” but, on the contrary, “it is”, exactly as in the Palaeolithic works he admired. Footprints are particular elements, obvious and mysterious at the same time. Close, because well-acquanited, and yet far because absent.

It Reminds of Didi Huberman: the imprint is a sort of ” anachronism “, something that ties dialectically past and present, i.e. a timeless element because it connects past and present.

In conclusion, it reveals the weaving between the past and the present, between the presence and the absence, between the resemblance and the representation so important in Giuseppe Penone’s work.

PAÑOS, IL CODICE DEI RECLUSI

panos
panos

L’uso del fazzoletto risale a epoche remote.

Se ne trova testimonianza già presso i persiani, oggetto regale, nonché presso i cinesi nel XIII secolo a.C.

Il fazzoletto ha attraversato mode ed epoche: oggetto di lusso, segno di frivolezza e seduzione, status symbol, si è arricchito nei secoli di colori e ornamenti, fino a tramontare definitivamente dopo la I Guerra Mondiale. Soppiantati, quindi, dai fazzoletti di carta.

Tra i primi esempi che la storia ricordi di “messaggi” legati al dono di un fazzoletto, troviamo Cleopatra. La regina egizia, infatti, inviava, come pegno d’amore, fazzoletti intrisi di lacrime a Marco Antonio.

Questo preambolo per introdurre una breve riflessione su forme d’arte non convenzionale.

Cindy Sherman, coinvolta in un progetto curatoriale alla 55 Biennale di Venezia, ha presentato infatti i Paños, fazzoletti decorati a mano dai carcerati, generalmente messicani, diffusi nei penitenziari americani sudoccidentali.

Creati da detenuti che spesso vi si specializzano, offrendo talvolta “manodopera” ai meno esperti, questi panni svelano un cosmo di pensieri, ricordi ed emozioni che contrastano fortemente con il carattere disumanizzante della prigionia.

I panni nascono in un preciso contesto “interno”, nell’economia carceraria, dove hanno un valore intrinseco e sono destinati a persone care, amici, parenti e, in passato, perfino a donne desiderose di avere una corrispondenza inusuale con carcerati.

“L’esterno” a cui sono indirizzati è pertanto un luogo altrettanto chiuso, “intimo”.

Ecco allora che il riconoscimento di questi oggetti d’affezione a opere d’arte coincide con un atto voyeuristico. Quelli che, per definizione, nascono come spazi privati, teatro di sogni, speranze, paure, delusione, diventano, sotto gli occhi dello spettatore, un’esplorazione su aspetti sconosciuti, talvolta tabù, di chi è emarginato dalla società.

PAÑOS, INMATE HANDKERCHIEFS CODE

Paños 1
Paños 1
Paños
Paños
Paños 3
Paños 3

The use of handkerchiefs dates ancestral times.

In the Persian civilization, as well as in China, these regal objects existed since the XIII century B.C. Handkerchiefs, veils and scarves have traveled trough time and have gone trough fashion phases: as luxury objects, signs of frivolity and seduction or status-symbol, they were enriched by the time being with colors and ornaments, until to fade definitely after the 1st world war. Hence, replaced by tissue handkerchiefs. Amongst early examples history reminds, likely messages tight to the handkerchiefs, we find Cleopatra. The Egyptian queen used to ship veils socked by her tears, to Mark Antony, as a token of her love.

This preamble to introduce a short reflection on not-conventional forms of Art.

Cindy Sherman, involved in a specific project at “The 55 Biennale of Venice” (2013), has therefore presented ‘Los Paños’ at the exhibition, decorated hand-made handkerchiefs created by jailed people, mostly Mexicans, spread inside the southwest U.S. penitentiaries. These kerchiefs, created by specialized prisoners, who often offer their qualified workmanship to newcomers, reveal a universe of thoughts, memories and emotions which are in contrast with the inhuman character of imprisonment.

This form of Art was born within a specific context, the prison, possessing intrinsic value to be destined to parents, relatives and friends and, in the past, also to women willingly to have unusual correspondence with the prisoners.

Hence, the outer environment these objects are directed to, remains still ‘close and intimate’.

Here is, then, the recognition of these objects of affection, work of Art, coinciding with a ‘voyeuristic act’. Those works that, by definition, are created as private spaces, theatre of dreams, hopes, fear or delusion, they become under the spectators’ eyes an exploration into unknown aspects, sometimes taboos, of those ones marginalized by society.

http://www.mohs.dk/exhibition-2013/panos—chicano-prison-art/