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PAÑOS, IL CODICE DEI RECLUSI

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L’uso del fazzoletto risale a epoche remote.

Se ne trova testimonianza già presso i persiani, oggetto regale, nonché presso i cinesi nel XIII secolo a.C.

Il fazzoletto ha attraversato mode ed epoche: oggetto di lusso, segno di frivolezza e seduzione, status symbol, si è arricchito nei secoli di colori e ornamenti, fino a tramontare definitivamente dopo la I Guerra Mondiale. Soppiantati, quindi, dai fazzoletti di carta.

Tra i primi esempi che la storia ricordi di “messaggi” legati al dono di un fazzoletto, troviamo Cleopatra. La regina egizia, infatti, inviava, come pegno d’amore, fazzoletti intrisi di lacrime a Marco Antonio.

Questo preambolo per introdurre una breve riflessione su forme d’arte non convenzionale.

Cindy Sherman, coinvolta in un progetto curatoriale alla 55 Biennale di Venezia, ha presentato infatti i Paños, fazzoletti decorati a mano dai carcerati, generalmente messicani, diffusi nei penitenziari americani sudoccidentali.

Creati da detenuti che spesso vi si specializzano, offrendo talvolta “manodopera” ai meno esperti, questi panni svelano un cosmo di pensieri, ricordi ed emozioni che contrastano fortemente con il carattere disumanizzante della prigionia.

I panni nascono in un preciso contesto “interno”, nell’economia carceraria, dove hanno un valore intrinseco e sono destinati a persone care, amici, parenti e, in passato, perfino a donne desiderose di avere una corrispondenza inusuale con carcerati.

“L’esterno” a cui sono indirizzati è pertanto un luogo altrettanto chiuso, “intimo”.

Ecco allora che il riconoscimento di questi oggetti d’affezione a opere d’arte coincide con un atto voyeuristico. Quelli che, per definizione, nascono come spazi privati, teatro di sogni, speranze, paure, delusione, diventano, sotto gli occhi dello spettatore, un’esplorazione su aspetti sconosciuti, talvolta tabù, di chi è emarginato dalla società.

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